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sabato 10 dicembre 2016, 3:39
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Native advertising: una minaccia o un’opportunità per il giornalismo?

Native advertising: una minaccia o un’opportunità per il giornalismo?

Se i contenuti e il pubblico si spostano dalla carta stampa al web, è naturale che siano seguiti anche dalla pubblicità che cerca nuove forme per imporsi anche online. Buzz e viral marketing, social media, word of mouth, digital P.R.: fatto un mezzo si cerca subito il modo per utilizzarlo al servizio del marketing.

Il giornalismo non è immune ai tentativi dell’advertising di intrufolarsi nelle pagine web, anzi, oggi sempre più siti di informazione presentano ciò che è stato battezzato come native advertising.

Native ADV

Cos’è il native advertising?

Il native advertising è un tipo di pubblicità perfettamente integrata in un sito web poiché assume lo stesso aspetto degli altri contenuti, in questo modo l’annuncio risulta meno intrusivo ed è in grado di generare una maggiore interazione.

Qualche esempio? Pensate alle sponsored stories su Facebook, molto più invitanti rispetto ad una semplice inserzione. Vedere il volto di un amico associato ad brand funziona sicuramente meglio, risultando meno ‘marchetta’ e più contenuto di qualità.

Sui blog il discorso non è molto diverso. Una volta c’erano i pubbliredazionali,  che cercano di mascherare contenuti pubblicitari come articoli editoriali, ma il native advertising è molto di più. Una strada a metà tra i contenuti sponsorizzati che vediamo sui social network e il content marketing.

Perché il native advertising?

Alexis Caffrey su Memeburn spiega che la il 99.8% dei banner vengono ignorati, mentre i native ad vengono guardati il 52% in più della pubblicità tradizionale.

Sono svariati i motivi per cui i brand dovrebbero preferire il native advertising alla pubblicità online tradizionale, in primis la possibilità di associare al brand un contenuto informativo e non intrusivo che stimoli la condivisione.

Ce lo dimostra Buzzfeed che non presenta banner pubblicitari e punta tutto su sponsored stories.

Buzzfeed Native advertising

Accetta la sfida del native advertising anche il New York Times, il cui VP del reparto advertising ha dichiarato che è possibile utilizzare le tecniche di narrazione giornalistica per presentare un racconto ai propri  clienti, ma senza confondere il lettore.

Certo non possono mancare gli errori, soprattutto considerato che si tratta un campo relativamente nuovo e ancora da scoprire. Ad esempio, cosa succede se Buzzfeed utilizza per un articolo sponsorizzato delle foto prese da Flickr? In questo caso basterà indicare i credits delle foto, così come succede per gli altri post, o trattandosi di pubblicità dovrebbe richiedere il permesso dell’autore?

Minaccia o opportunità?

Andrew Sullivan, il giornalista-imprenditore che ha lasciato il Daily Beast per lanciare The Dish, ha recentemente espresso la sua opinione sul native advertising sulle pagine web di Digiday. Secondo Sullivan, la pubblicità nativa ha ucciso il giornalismo, poiché questo è il modo in cui la pubblicità è riuscita ad intrufolarsi nelle pagine di informazione così come avrebbe sempre voluto. I giornalisti avrebbero dovuto resistere a questa pressione e sostenere una netta distinzione tra pubblicità e informazione, ma hanno ceduto.

Il punto di vista a favore è, invece, quello di coloro che, partendo dal presupposto che la pubblicità deve esserci altrimenti i siti di informazione non potrebbero sopravvivere, considerano preferibile il native advertising perché è meno invasivo e offre contenuti interessanti.

Sembra ovvio che i contenuti sponsorizzati debbano, in ogni caso, essere facilmente distinguibili dal lettore, al quale deve essere chiaro che sta leggendo un articolo scritto appositamente per associarlo ad un brand o ad un prodotto.

E i lettori?

Secondo il progetto Native Age a cura di Huffington Post UK, il native advertsing appare la perfetta soluzione al fatto che il pubblico ormai consideri la pubblicità solo qualcosa che interrompe ciò che si sta facendo.

La generazione N è la generazione digitale che vuole interagire con i brand online e, potranno anche non conoscere il termine ‘native advertising’, ma è senza dubbio ciò che più si avvicina all’esperienza che desiderano.

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